A volte non è l’amore a spingerci tra le braccia di qualcuno, ma un’antica ferita che cerca sollievo.

Uno dei meccanismi psicologici più profondi e, al tempo stesso, più pericolosi nella scelta del partner è il desiderio inconscio di guarire il passato attraverso il presente. Non lo facciamo con consapevolezza. Anzi, spesso siamo convinti che quella persona così distante, svalutante o inaccessibile sia proprio “quella giusta”. Ma dietro questa convinzione si cela una dinamica antica, un copione emotivo che ci portiamo dentro da quando eravamo bambini.

Come ha evidenziato John Bowlby nella sua teoria dell’attaccamento, l’essere umano sviluppa sin dai primi anni di vita uno schema relazionale basato sul modo in cui i suoi bisogni affettivi sono stati accolti – o ignorati. Se, ad esempio, una bambina avesse un padre freddo, critico o assente, potrebbe inconsciamente cercare in età adulta un partner simile, con la speranza – del tutto illusoria – di ottenere da lui quell’amore che non ha mai ricevuto. Oppure, se una madre era distante, svalutante o imprevedibile, il desiderio di essere finalmente vista e scelta potrebbe tradursi nell’attrazione per persone che ci rifiutano o ci fanno sentire sempre “non abbastanza”.

Come spiegano Janina Fisher e Gabor Maté, questo fenomeno si inserisce in una logica di sopravvivenza emotiva, non di amore autentico. Si tratta di un tentativo inconscio di riparazione: se riesco a farmi amare da chi mi rifiuta, allora forse non ero io il problema. È un modo per dare senso al dolore e ridare dignità al nostro sé ferito.

Finché restiamo invischiati in queste relazioni riparative, non scegliamo con il cuore libero, ma con la parte ferita di noi che cerca riscatto. Confondiamo il bisogno con l’amore, il vuoto con il desiderio, il dolore con la passione. E così, come suggerisce Susan Johnsonnon costruiamo un legame sicuro, ma perpetuiamo uno schema di attaccamento disfunzionale, dove la ferita si riapre invece di guarire.

Spesso, in terapia, emergono queste dinamiche con grande dolore. Una paziente può dire:

“Mi sento attratta solo da chi mi ignora. E se qualcuno mi tratta bene, lo allontano.”
Non è autolesionismo. È memoria del corpo. Come ricorda Bessel van der Kolk, il trauma si scrive nel sistema nervoso, nei gesti, nei silenzi, nei legami che scegliamo.

Per rompere questo circolo, serve prima di tutto consapevolezza. E poi, passo dopo passo, la costruzione di nuove mappe relazionali, dove il bisogno di essere scelti non nasce più dalla mancanza, ma dal desiderio di condividere.

Approcci terapeutici integrati – profondi ma rispettosi dei tempi della persona – possono offrire strumenti per rielaborare queste dinamiche. Non per cancellare il passato, ma per smettere di viverci dentro. Per costruire relazioni nuove, in cui non cerchiamo di colmare il vuoto, ma di condividere il nostro pieno.

In conclusione, non sempre ciò che chiamiamo amore è davvero amore. A volte è solo un grido antico che chiede di essere ascoltato.
E per ascoltarlo, dobbiamo avere il coraggio di fermarci, guardarci dentro, e chiederci:

“Questa relazione mi nutre davvero, o mi sta solo consumando?”

🌱 Quando si guarisce il passato, allora sì, si può iniziare a costruire davvero il futuro.