Margaret Stroebe e Henk Schut, ricercatori olandesi dell'Università di Utrecht, proposero nel 1999 il Dual Process Model of Coping with Bereavement — il modello più dinamico e realistico oggi disponibile per comprendere come le persone in lutto oscillano tra dolore e vita.
Loss-oriented vs Restoration-oriented: l'oscillazione come guarigione
Il modello propone che chi è in lutto oscilli naturalmente — e necessariamente — tra due modalità di coping:
La persona si confronta direttamente con il dolore: piange, ricorda, elabora i sentimenti legati a chi è mancato, lavora sul legame interrotto. È un'attività necessaria — ma non può essere totale e continua.
La persona si confronta con i cambiamenti della vita che la perdita ha portato: nuovi ruoli, nuove identità, nuove relazioni. Non è "fuga dal dolore" — è il lavoro altrettanto necessario di ricostruire una vita che funzioni.
L' oscillazione tra i due orientamenti è il meccanismo sano di elaborazione. Stare sempre nel dolore porta al lutto prolungato. Stare sempre nella ricostruzione porta al lutto evitato, che emerge poi in modo somatico o comportamentale.
Come appare l'oscillazione nella realtà quotidiana
Mattina: si sveglia e il primo pensiero è per lei/lui (orientamento sulla perdita). Colazione in silenzio, qualche lacrima. Loss-oriented.
A metà mattina: una pratica burocratica da gestire — cambio di intestazione, documenti. Si concentra, risolve, si sente capace. Restoration-oriented.
Pranzo con un'amica: ride a una battuta, poi si sente in colpa per aver riso. La colpa è la voce che dice "non puoi stare bene ancora". Ma ridere non è un tradimento — è oscillazione sana.
Sera: guarda vecchie foto, scrive nel diario, piange. Loss-oriented.
Questa alternanza — che molti vivono con senso di colpa o confusione — è esattamente ciò che la ricerca di Stroebe e Schut descrive come elaborazione adattiva .
Perché il Modello Duale ha superato i modelli precedenti
A differenza di Kübler-Ross (che descrive stati emotivi) e Worden (che descrive compiti), Stroebe e Schut descrivono un processo dinamico e oscillatorio — molto più vicino a come la gente vive davvero il lutto quotidianamente.
Spiega anche perché le persone in lutto sembrano "stare bene" in certi momenti e "stare male" in altri: non è incoerenza, è oscillazione. E spiega perché sia il lutto bloccato sul dolore (mai restoration-oriented) che il lutto evitato (mai loss-oriented) portano a difficoltà a lungo termine.
Riconosci la tua oscillazione? Lavorare con questo modello in terapia può aiutarti a darle un senso.
Torna alla pagina I quattro compiti di Worden ✕ Compito 1 — Accettare Compito 2 — Elaborare Compito 3 — Adattarsi Compito 4 — Legame J. William Worden · Compito 1 di 4 Accettare la realtà della perdita Il primo compito non riguarda la rassegnazione. Riguarda il raggiungereil momento in cui la mente e il cuore arrivano a credere la stessa cosa: che la perdita è reale, permanente, e non reversibile.
La differenza tra sapere e credere
Molte persone in lutto sanno che la persona è morta — l'hanno visto, l'hanno vissuto. Ma per settimane, mesi, a volte anni, qualcosa dentro di loro non ci crede ancora . Si aspettano di sentirne la voce, preparano ancora da mangiare per due, si girano per dirgli qualcosa.
Worden distingue tra la comprensione intellettuale della perdita e la sua piena integrazione emotiva . Il Compito 1 è completo quando entrambe coincidono — quando la mente e il cuore sono allineati sulla stessa realtà.
Marta, 52 anni, ha perso il marito sei mesi fa. "Lo so che non c'è più" — dice — "ma la mattina mi sveglio ancora aspettandomi di sentirlo in cucina. È come se una parte di me non avesse ricevuto il messaggio." Questo è il Compito 1 ancora in corso.
Le difese che proteggono — e poi trattengono
Il sistema nervoso protegge la persona dal trauma con meccanismi di difesa: negazione, dissociazione, minimizzazione. Questi sono adattivi all'inizio — permettono di funzionare. Ma quando persistono nel tempo, impediscono il completamento del Compito 1.
- Continuare a parlare della persona come se fosse ancora presente senza riconoscere l'assenza
- Incapacità di riordinare o toccare gli oggetti del defunto anche a distanza di anni
- Senso di irrealtà persistente: "non sembra vero"
- Evitamento di funerali, commemorazioni, luoghi associati alla perdita
- Credenze magiche: "potrebbe tornare", "forse si è sbagliato qualcosa"
Il lavoro terapeutico sul Compito 1 include la narrazione della perdita — raccontare cosa è successo, in dettaglio, ripetutamente — che aiuta il sistema emotivo a integrare quello che la mente ha già elaborato. L' EMDR è particolarmente efficace quando ci sono immagini traumatiche associate alla morte (vedere il corpo, ricevere la notizia) che hanno impedito la piena elaborazione. Il lavoro con i rituali simbolici — visitare la tomba, leggere le ultime lettere — può anche aiutare il cuore a "raggiungere" la mente.
Senti che una parte di te non ha ancora "ricevuto il messaggio"?
Il secondo compito richiede qualcosa che la nostra cultura rende difficile: permettere al dolore di esistere. Non gestirlo, non accelerarlo, non sopprimerlo. Lasciarlo emergere — e imparare a contenerlo senza esserne travolti.
Non solo tristezza: la complessità del dolore
Il "dolore" di cui parla Worden non è solo tristezza. È un insieme di esperienze che include il dolore fisico (peso nel petto, nausea, stanchezza cronica), il dolore emotivo (tristezza, rabbia, senso di colpa, vuoto), e il dolore cognitivo (pensieri intrusivi, ruminazione, difficoltà di concentrazione).
Tutte queste forme sono normali. Nessuna di esse va soppressa. Il Compito 2 è completato quando la persona riesce a sentire questo dolore senza fuggire da esso , e senza rimanere intrappolata in esso.