Codipendenza: il prezzo invisibile di chi vive accanto alla dipendenza
La codipendenza è un modo di funzionare in cui la propria vita emotiva ruota quasi interamente attorno a un’altra persona in difficoltà — spesso con dipendenze, disturbi emotivi o fisici. Ci si occupa di lei, la si controlla, la si salva, la si giustifica, ci si logora nel processo… mentre nel frattempo ci si dimentica di sé. Non si tratta di amare troppo in senso romantico: è perdere contatto con i propri bisogni, limiti e desideri mentre si cerca di tenere insieme qualcuno che sembra sempre sul punto di crollare.
Alcuni segnali di codipendenza:
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ci si sente responsabili degli errori dell’altro;
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si trascorrono ore a pensare a cosa si potrebbe dire o fare per farlo smettere;
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ci si sente in colpa se si pone un limite o si pensa a se stessi;
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si minimizza il proprio malessere (“lui/lei sta peggio, non mi posso lamentare”);
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si è esausti ma si fa fatica a chiedere aiuto, o si pensa che nessuno possa capire.
Spesso la codipendenza ha radici lontane: essere stati bambini adultizzati, aver cresciuto un genitore depresso, alcolista, assente; aver imparato precocemente che controllare o prendersi cura era l’unico modo per sentirsi utili e avere un posto nella famiglia. In età adulta, questo schema si ripropone con partner, figli, amici.
In terapia, il lavoro sulla codipendenza si articola su più livelli:
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dare un nome a ciò che si vive: non si è esagerati, si sta portando un carico enorme;
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riconoscere come ci si sposta automaticamente nel ruolo di salvatore o controllore;
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esplorare la storia di vita che ha costruito questa identità;
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imparare a smettere di salvare sempre, tollerando la frustrazione e il senso di colpa che ne derivano;
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rimettere al centro se stessi: i propri bisogni, i propri tempi, i propri obiettivi.
Non significa necessariamente abbandonare la persona con dipendenza, ma smettere di sacrificarsi totalmente sull’altare del suo sintomo. La vera cura relazionale non è annullarsi: è riuscire a restare presenti mantenendo i propri confini.
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